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30 aprile 2006 ore 16 "Ombre" di Gianni Blumthaler

Durata 30 aprile, 1, 6 e 7 maggio - Orario 16-20

 

 

 

Conosco Gianni da molti anni.

La prima volta che mi coinvolse nella realizzazione di un documentario-documento era il 1981 con “Interno urbano”; si trattava di registrare le fasi più salienti di una mostra alla quale partecipavano vari artisti all’interno di un cortile di via dei Marsi 58, luogo dove nacque la prima scuola Montessori.

L’operazione di registrazione durò alcuni giorni, tale da essere una vera performance. Nella fase di montaggio e postproduzione furono adoperati i primi effetti speciali tra i quali il famoso squeezoom.

Il lavoro, montato solo in parte, è rimasto praticamente nei nostri cassetti; forse allora non ci rendevamo conto che a tutti e due ci accomunava più la curiosità del fare che l’esibizione del fatto.

In un’altra occasione presentai alcune sperimentazioni, curate da Gianni, di artisti tra i quali Sasso, Baruchello, Nespolo, Patella, Boetti, Harring, Turcato, ecc.

Erano i primi anni nei quali in Italia si era innestata quella che è stata definita la rivoluzione informatica che aveva iniziato a sovvertire qualsiasi previsione, fino a modificare radicalmente forme di lavoro anche tra le più concettuali.

Devo sottolineare inoltre che molte di queste produzioni sono state prodotte grazie alla caparbietà di Gianni che all’interno dei processi di lavorazione della struttura della quale era art-director (CGE-SBP) riusciva a catturare schegge di tempo coinvolgendo appunto molti artisti a sperimentare un nuovo modo di fare arte.

Qualche volta ci siamo trovati anche su posizioni diverse, ma sempre un obiettivo comune rimaneva: dimostrare che alla fredda tecnica si potevano unire forti componenti creative.

Oggi con una piccola forzatura abbiamo convinto Gianni a tirare fuori qualcosa da quei cassetti.

 

“... miei cari, qual millennio è adesso nel nostro cortile?” domandava Boris Pasternak nell’infuriare dell’”uragano”, affacciandosi dallo sportello di un solaio ai bambini intenti a giocare. Potremmo realmente credere che Pasternak non vivesse la grandiosità del mutamento che sconvolgeva la Russia in quel momento?

Forse possiamo affermare che l’era del narcisistico isolamento dell’artista non sia mai esistita.

Rinaldo Funari

 

 

OMBRE

Non mi piace parlare di me, ne tanto più mi piacciono i curricola, così questi 62 anni li ho passati nell’ozio costruttivo, leggendo, studiando osservando.

Il lato dell’osservazione è quello più vicino al mio carattere alla mia preparazione ed alla curiosità verso le forme che mi ha sempre attratto;

forme della natura, dettagli casuali, piani di luce, architetture.

Ho assorbito e memorizzato a volte fotografando altre disegnando, pro memoria.

Poi mi sono applicato alle avanguardie tecnologiche ed alle prime esperienze del Pulsante Leggero, come ricercatore ed operatore affascinato dai nuovi artisti, che cercavano un linguaggio con programmi-software e certo non erano fruitori di sistemi grafici sofisticati, quanto discutemmo sull’accesso alla tecnologia!

Intanto gli strati della conoscenza formavano depositi sempre più vasti.

Poi si comprende che la fantasia più viva è sempre stata intorno a noi, difficile è saperla cogliere, nella fretta del lavoro, nello stress…

Mi piace andare lento, ma cadenzato, come mi insegnava mio padre percorrendo i nostri monti, le Dolomiti, ed appunto facendomi osservare…

Volendo potrebbero farlo tutti: osservare, poi è lo sguardo stesso che viene attratto da quello che cerchiamo ed è una ricerca senza fine e piena di sorprese.

Il passaggio alle camere digitali ha certo facilitato il compito dell’osservazione, sono piccole, stanno in tasca, servono magnificamente per appuntare, moltiplicano le possibilità del ricordo, sono la curiosità lo spunto per l’elaborazione…

In una città come Roma, dove sono nato e vissuto, preesistenze di strutture architettoniche certo non mancano e ti mettono continuamente in relazione con l’antico quando la forma era curata elaborata nei chiaroscuri dell’ornato

Nella ricerca di infinite prospettive e della esaltazione della materia là, sotto la luce.

Per un po’ mi sono occupato di arredo urbano, dell’immagine della città, in particolare delle aperture, le finestre, con le loro gerarchie.

Aprendole verso l’interno non per cercare spazi privati ma per ricostruire spazi immaginari che vivessero all’interno di quei volumi esistenti.

Mi piaceva l’idea e la grafica computerizzata che ne veniva fuori con sovrapposizioni, colorimetrie spazi virtuali nella facilità di modifiche che il computer permette in un oggetto che è sempre l’originale sia pur nella molteplicità.

Il segno grafico non fa parte della realtà è una convenzione per descrivere        ri-disegnare, limitare lo spazio nelle forme bi-tridimensionali, per il resto naturalmente è luce, lunghezze d’onda, colore ed ombra.

Ho cercato le ombre.

Dell’ombra mi piace la nettezza e l’occupazione dello spazio senza limiti, la deformazione temporale ed il punto di vista prospettico, poi può essere la mia ombra guidata e costruita o l’ombra rubata di masse in movimento o di oggetti statici.

Ho cercato anche le tessiture, dei piani d’ombra, costruite o naturali poi ho provato ad analizzare la composizione così come avviene nello schermo digitale: punti-pixel, mosaici finiti dove ogni elemento minimo ha un suo valore preciso ed una posizione individuata nello spazio e nella scala cromatica e come tale elemento sia modificabile come un insieme di punti di colore che soltanto in una scala ben definita diventano forma descrivibile mentre nella variazione di scala tendono a sommatoria di elementi rettangolari o quadrati, monocromi.

Non vi sembra interessante?

Una stessa immagine ha infinite variabili, la scelta delle quali è propria della sensibilità dell’operatore, preferisco operatore ad artista privilegiando il carattere tecnico dell’operazione e  la progettualità.

Ultimamente osservando le olimpiadi in tv ed armato di digitale cercavo di catturare le immagini nascoste, quei momenti del montaggio che essendo inferiori a 24fr/sec e quindi pochi fotogrammi, non vengono percepiti dall’occhio, ma certamente dalla macchina.

Vi assicuro che è solo caso nel calcolo delle sequenze fermare quel fotogramma significativo perché non rappresenta il così detto fermo fotogramma ma quel frame dove vivono le persistenze del movimento come accadeva concettualmente per i futuristi.

Questo è il movimento reale sintetizzato in un segno una sfumatura di colore in uno spazio di tempo limite fra troppo presto troppo tardi dove la variazione è registrabile ..

Anche queste immagini aprono altre curiosità alla ricerca, pronte per analisi ed elaborazioni, riletture successive…

Per definire meglio il senso di film e di movimento le elaborazioni sono presentate come sequenza di tre fotogrammi, a volte dello stesso soggetto, altre della stessa ricerca.

 

Giovanni Blumthaler