Le attuali
strategie politiche in campo ambientale prevedono che la tutela della
biodiversità non sia più relegata solamente all’interno di aree protette
inserite in una matrice di ambienti alterati dall’uomo, ma debba passare
attraverso un approccio gestionale applicato a tutte le componenti
paesaggistiche del territorio. Nasce così il concetto di Rete Ecologica
definita come un sistema interconnesso di unità ecosistematiche che assumono
una fondamentale importanza in riferimento al mantenimento della vitalità delle
metapopolazioni animali e vegetali (Battisti, 2004). Con il termine
metapopolazione si indica una popolazione costituita da tante popolazioni locali
tra loro connesse attraverso processi di estinzione/ricolonizzazione (Lewins,
1970).
La
pianificazione della rete ecologica si pone l’obiettivo di mantenere o
ripristinare una connettività fra popolazioni ed ecosistemi in paesaggi
frammentati fornendo agli ecosistemi residui le condizioni necessarie a
mantenere in essi vitalità in tempi lunghi di popolazioni e specie, con effetti
anche a livelli ecologici superiori.
All’interno del mosaico ambientale i
differenti elementi naturali residui immersi nella matrice antropica possono
essere differenziati in base alla loro forma e distribuzione spaziale e quindi
al loro ruolo all’interno della rete ecologica in: aree centrali (core areas), zone cuscinetto (buffer
zones), corridoi ecologici e stepping
stones (Malcevschi, 2001). Queste unità di rete ecologica individuate
strutturalmente e funzionalmente sono state convenzionalmente adottate nella
Strategia Pan–Europea sulla Diversità Biologica e Paesistica (1996) per la
costituzione della Rete Ecologica Pan-Europea.
Le aree
centrali o core areas rappresentano i
nodi focali della rete ecologica; in esse si concentra la maggior parte delle
componenti naturalistiche oggetto di tutela. Sono aree, tendenzialmente di
grandi dimensioni, in grado di sostenere popolamenti ad elevata biodiversità e
quantitativamente rilevanti, riducendo i rischi di estinzione per le popolazioni
locali e costituendo al contempo una importante sorgente di diffusione per
individui mobili in grado di colonizzare (o ricolonizzare) nuovi habitat
esterni. Tali zone dovrebbero essere relativamente ampie e connesse in modo tale
da permettere quelle funzioni necessarie al mantenimento della vitalità di
popolazioni di determinate specie sensibili, di comunità, ecosistemi e processi
ecologici (Butowsky et al., 1998).
Le zone
cuscinetto o buffer zones sono settori
territoriali limitrofi alle core areas
ed hanno funzione protettiva nei confronti di quest’ultime attenuando gli
impatti della matrice antropica circostante (effetto margine) sulle specie più
sensibili. Sono quindi fasce esterne di protezione ove siano attenuate ad un
livello sufficiente cause di impatto potenzialmente critiche.
Gli elementi di connessione ecologica sono
collegamenti lineari o diffusi fra core
areas a tra esse e gli altri elementi della rete. La loro funzione è
mantenere e favorire le dinamiche di dispersione delle popolazioni biologiche
fra aree naturali, impedendo così le conseguenze negative dell’isolamento.
In questo contesto ci riferiamo al concetto di corridoio
ecologico di Battisti (2004) ossia di “aree connettive funzionali” che
permettono un “collegamento biologico” attraverso una configurazione
spaziale di habitat (non necessariamente lineari o continui) che facilita i
movimenti delle specie e la continuità dei processi ecologici nel paesaggio.
Tale concetto è più simile a quello che Bennett (1999) definisce “connettività”,
sottolineando come sia necessario a scala di paesaggio riferirsi ad essa in
senso generale, più che al concetto di corridoio, per descrivere ambiti
territoriali funzionali alle dinamiche e al mantenimento della vitalità di
molte specie sensibili. La connettività è la misura di quanto il paesaggio
facilita o impedisce il movimento delle risorse tra le patch (Taylor et al.,
1993). In questo modo si sposta l’attenzione dai singoli elementi del
territorio (che possono, anche in termini statistici, svolgere un azione dubbia
e/o limitata) a patterns diffusi a scala di paesaggio. Ci si riferisce così ad
“aree di collegamento ecologico-funzionale” in modo analogo a come vengono
percepiti i corridoi ecologici nel D.P.R. 357/97 che recepisce
Le stepping stones, infine, sono frammenti (patch) di habitat idoneo
che possono fungere da aree di sosta e rifugio per determinate specie, altamente
vagili e tolleranti al disturbo indotto dalla matrice paesistica antropizzata (Bennett,
1999). Sono cioè piccole aree naturali spazialmente separate tra loro che
potrebbero favorire la connessione ecologica per le specie ecologicamente meno
esigenti.
Attraverso lo studio delle successioni
seriali e delle unità di paesaggio vegetale, le analisi geosinfitosociologiche
permettono la definizione di modelli dinamici predittivi di grande interesse
applicativo. La geosinfitosociologia è capace d’integrare aspetti diversi del
paesaggio vegetale fornendo informazioni sulle caratteristiche ambientali degli
ecosistemi ed in maniera indiretta anche sulle condizioni socio-economiche e
quindi gestionali che li hanno determinati.
Con
Attraverso l’individuazione delle serie di
vegetazione con il metodo geosinfitosociologico è possibile individuare
l’eterogeneità naturale potenziale del territorio e quindi confrontarla con
l’eterogeneità reale indotta dall’uomo. All’interno di ogni serie di
vegetazione, inoltre, ci si aspetta che gli elementi naturali reagiscano in modo
simile a diversi tipi di gestione (Wessels et al., 1999; Acosta et al., 2005;
Smiraglia et al., 2007). E’ quindi possibile simulare le trasformazioni nel
paesaggio vegetale sulla base delle scelte gestionali (Biondi et al., 2005).
Per
rendere le analisi geosinfitosociologiche realmente applicative a livello di
gestione del territorio è necessario supportare i dati ottenuti da tali analisi
con metodologie cartografiche ed informatizzate che includono le metodologie
GIS.
Poiché la
conoscenza delle dinamiche della vegetazione permette di interpretare la storia
dei paesaggi e di interpretare gli scenari futuri, questa metodologia è di
fondamentale importanza per la scelte gestionali e pianificatorie del
territorio. Il valore di bioindicazione della vegetazione permette
l’interpretazione delle attuali pressioni antropiche e quindi di orientare la
gestione verso uno sviluppo ecocompatibile: consente, quindi, di proporre
diverse soluzioni gestionali per la conservazione della biodiversità e la
pianificazione di connessioni tra aree con differenti caratteristiche naturali
per lo sviluppo della qualità ambientale di tutto il territorio (Biondi &
Nanni, 2005).
La
documentazione relativa all’assetto botanico-vegetazionale attuale e
potenziale, ottenuta dalle analisi geosinfitosociologiche, è stata inserita in
un archivio di dati informatizzati ed associati a porzioni di territorio
georeferenziate (geodatabase)
all’interno di un Sistema Informativo vegetazionale. Questa banca dati
vegetazionale è stata realizzata
nell’ambito del progetto della Regione Marche per la realizzazione della Rete
Ecologica Marchigiana (REM) (Pesaresi et al., 2007) e comprende tutte le
porzioni di territorio regionale che sono state indagate da un punto di vista
geobotanico.
Il sistema
informativo vegetazionale delle Marche è costituito da tutti i dati desunti
dalle analisi geosinfitosociologiche sul territorio, opportunamente supportati
da metodologie cartografiche (secondo i classici processi metodologici della
cartografia geobotanica), e da metodologie informatiche in ambiente GIS.
Il termine
GIS, acronimo inglese di Sistemi Informativi Geografici, designa l’insieme di
tecniche e strumenti per gestire e aanalizzare l’informazione geografica (Boffi,
2004). Uno degli scopi primari dei GIS è di offrire strumenti concettuali e
metodologici per studiare analiticamente le relazioni nello spazio.
Per la
realizzazione del sistema informativo vegetazionale delle Marche si è
utilizzato il personal geodatabase data model ArcGis 9.0. Il software è stato
utilizzato per digitalizzare i poligoni (in base alla fotointerpretazione di
ortofoto digitali ed ai dati ottenuti dalle analisi di campo), per legare gli
attributi agli elementi grafici (poligoni o patch) e per condurre operazioni di overlay.
Tale operazione permette la produzione di un nuovo strato (o carta tematica)
fondato sulle combinazioni logiche di due o più strati, dedotto da dati
esistenti e dall’interpretazione delle relazioni emerse dalla lettura
incrociata dei layers.
I dati
ottenuti dalle analisi geosinfitosociologiche di campo, dalla classificazione
gerarchica del territorio e dalla interpretazione delle ortofoto costituiscono
gli strati informativi di riferimento di base per ulteriori elaborazioni, rese
possibili dalle capacità di calcolo offerte dal software ArcGIS 9.0.
Questi
attributi tematici di riferimento sono univoci per ciascun poligono (o patch)
di cui è costituito il paesaggio, e sono i seguenti:
-
fisionomia generale
della copertura vegetale o di uso del suolo (bosco, arbusteto, coltura agraria,
urbanizzato, ferrovia, ecc.);
-
fisionomia
dettagliata della copertura vegetale o di uso del suolo (bosco deciduo,
arbusteto sempreverde, seminativo, ecc.);
-
specie prevalente
nella copertura vegetale naturale;
-
specie invasiva, nel
caso di fisionomie vegetali non scorporabili ad una determinata scala (per es.
in una prateria con invasione di arbusti la specie invasiva è una specie
arbustiva);
-
tipologia
fitosociologica di riferimento (associazione vegetale) per le coperture vegetali
naturali;
-
serie di vegetazione
di riferimento;
-
unità di paesaggio
di riferimento;
-
eventuale
attribuzione come habitat della Direttiva 92/43/CEE.
Dall’interrogazione
di questi dati è possibile ottenere numerose carte tematiche a diverso
dettaglio a seconda della scala.
Il concetto di rete ecologica è ambiguo
perché assume significati differenti a seconda degli obiettivi che si vogliono
raggiungere; è stato, infatti, inteso da diversi Autori in modo diverso, a
seconda della natura effettiva degli “oggetti” messi in rete e quindi delle
funzioni che si intendono privilegiare, traducibili a loro volta in differenti
conseguenze operative.
La rete
ecologica può essere intesa come sistema interconnesso di habitat, di cui
salvaguardare la biodiversità, oppure come sistema di parchi e riserve,
inseriti in un sistema coordinato di infrastrutture e servizi, come sistema
paesistico, a supporto prioritario di fruizioni percettive e ricreative o come
scenario ecosistemico polivalente, a supporto di uno sviluppo sostenibile (APAT,
2003).
Prendendo
come riferimento fondamentale gli indirizzi della Direttiva Habitat per la
costituzione della Rete Natura
Considerando
la rete ecologica come sistema interconnesso di habitat di Direttiva 92/43/CEE,
le core areas coincidono con le aree a
maggior densità di tali habitat. Con il termine densità spaziale si intende il
rapporto tra il numero di osservazioni (nel nostro caso il numero di punti che
rappresentano gli habitat) e la superficie di riferimento (Boffi, 2004).
L’analisi
spaziale offre tecniche per determinare la densità dei fenomeni nello spazio
senza far ricorso ad unità di osservazione territoriale definite a priori,
trasformando dati puntuali campionari in superfici di densità che restituiscono
la distribuzione continua della densità sul territorio.
La
superficie di densità spaziale si può realizzare utilizzando un modello
statistico denominato kernel
(nocciolo) che produce una stima statistica della densità. La stima di densità
di kernel è un modo non parametrico (in quanto non decritto da una funzione
fissa) di stimare la funzione di probabilità di densità di oggetti (nel nostro
caso punti corrispondenti agli habitat) (Silverman, 1986).
Per
consentire lo spostamento delle specie tra i nodi della rete è importante la
presenza di una naturalità diffusa costituita dall’alternanza di diverse
tipologie vegetazionali.
Per
individuare gli elementi di connessione esterni alle Core Areas e Buffer Zones
sono state considerate quindi tutte le aree con presenza di copertura vegetale.
Si evita così un approccio di più reti ecologiche specie-specifiche,
estremamente complesso e difficilmente realizzabile.
Le
superfici con copertura vegetale continua (senza differenziare le fisionomie o i
syntaxa) sono state suddivise sulla base della loro area nei seguenti
elementi via via sempre più disconnessi:
corridoi
ecologici primari, secondari e terziari, elementi poco connessi (stepping stones)
ed elementi isolati.
Tratto
dalla tesi di Dottorato di Ricerca in
“Gestione
sostenibile dei sistemi collinari e montani”
di Liliana Zivkovic presso l’Università Politecnico delle Marche (Facoltà di Agraria)