Paesaggi
elettronici
di Silvia Bordini
“Il paesaggio non è ‘naturale’ che a prezzo di un
artificio permanente” Cauquelin,
1989 (2000), p. 1
“Se
vuoi pigliare buona maniera di montagne, e che paino naturali, togli di pietre
grandi e che sieno scogliose e non polite; e ritra’ne del naturale, dando i
lumi e scuro, secondo che la ragion t’acconsente.” In questi termini
Cennino Cennini, alla fine del Trecento, forniva una delle prime
indicazioni sul modo con cui un pittore si poneva rispetto all’immagine
della natura; uno sguardo indiretto, mediato da un oggetto naturale –
modello e simbolo – e inserito in un contesto di precettistica esente da
tematiche di tipo teorico, funzionale alle concezioni pittoriche del tardo
medioevo, e che tuttavia può costituire ancora oggi, a distanza di tanto
tempo e di tante trasformazioni, una metafora della complessità degli
interrogativi che la visione della natura pone alla rappresentazione
artistica, con qualsivoglia medium. Se,
infatti, Cennino Cennini per dipingere delle montagne poteva con
apparente facilità indicare l’espediente dell’osservazione e
dell’imitazione di una pietra, un frammento, quasi una parte per il tutto,
non poteva comunque esimersi dalla necessità dell’apparenza “naturale”
di ciò che il pittore in questo modo raffigurava; il suo consiglio indicava
implicitamente il problema di una relazione tra artificio e natura, imitazione
e rappresentazione, realtà e immaginario, che da sempre ha percorso gli
orizzonti dell’arte e che proprio nella presunta e vagheggiata naturalità
del paesaggio ha ricevuto una costellazione di interpretazioni diverse, fino
ai profondi rivolgimenti e alle nuove sperimentazioni nell’orizzonte
contemporaneo .
Tra questi svolge un ruolo importante
e affascinante la fotografia
– di cui si tratta ampiamente in questo workshop de Il pulsante leggero
– ma non solo; anche il variegato universo che va sotto il nome di videoarte,
computer art, arte elettronica, arte digitale, net art, media art, ha spesso
frequentato il tema del paesaggio in opere di grande suggestione. Prendendo in
considerazione tale contesto vorrei soffermarmi in particolare sugli esempi
dei video di Bill Viola e di Robert Cahen; le loro immagini testimoniano una
precisa presa di posizione a favore della rappresentazione del paesaggio, una
sua figurazione alta, non immemore in senso lato della pittura ma non più
resa con i suoi mezzi, e anzi trasformata proprio dalle possibilità degli
strumenti nuovi che questi artisti usano. In questi lavori è fondamentale
l’elemento tempo, la visione della natura in movimento e trasformazione. Non
ha importanza l’identificazione del luogo, quale sia o dove sia, ma
piuttosto la sua lettura in termini di emozioni e metafore. Domina una
lentezza che rivela l’impercettibile, svelando un senso arcano del
paesaggio. Sensibilissimo al senso del luogo è Bill Viola, un artista che ha
elaborato raffinate e complesse interpretazioni del linguaggio dell’arte
elettronica, intessendo nei video e nelle installazioni il senso filosofico di
una profonda riflessione sui poli dialettici dell’esistenza umana,
inventando immagini e modi di percezione che evocano una dimensione al di là
dell’immediatamente visibile. È lo stesso artista ad indicare il valore del
paesaggio nella sua opera: “Il senso del luogo è stato di primaria
importanza nel mio lavoro, ho viaggiato in tutto il mondo per raccogliere
immagini per i miei video. Ho scoperto che tanto più intensa è la mia
esperienza di un luogo, facendo un video, tanto maggiore è il potere che
l’opera assorbe per se stessa. […] Per la maggior parte di coloro che
conoscono il mio lavoro, questo ‘senso del luogo’ è manifesto in quanto
palesemente inerente al paesaggio: quando il paesaggio diviene il soggetto di
un’opera e, altre volte, quando condivide il momento, in equilibrio con
l’azione che vi avviene, solitamente mediata da un individuo solitario.
Tuttavia, questi specifici ‘paesaggi’, insieme ad altri miei lavori
possono tutti considerarsi come opere di paesaggio in un senso più esteso,
perché trovano una base comune nel fatto che per me il paesaggio è il
‘luogo originario’ nell’arte e nella cultura, cioè la materia prima
della psiche umana. Io non faccio distinzione tra paesaggio interno e
paesaggio esterno, tra l’ambiente ‘là fuori’ (la sostanza forte) e
l’immagine mentale di quell’ambiente in qualsivoglia individuo (la
sostanza terrena). È la tensione, la transizione, lo scambio, la risonanza
tra queste due modalità che dà energia alla nostra realtà. L’agente
chiave in questo scambio di energie è l’immagine, e questo ‘spazio
intermedio’ è precisamente il luogo in cui si realizza la mia opera .”
Questa idea estesa di paesaggio, che
dunque Viola individua negli anni ‘80 come chiave di lettura privilegiata,
percorre molti suoi lavori (come Chott el-Djerid, Hatsu-Yume, The
Passing) intrecciandosi con gli archetipi e il senso mistico che
caratterizzano la poetica dell’artista. Particolarmente significativo è Chott
el-Djerid (a Portrait in Light and Heat), un video del’79. “Chott
el-Djerid – scrive Viola – è il nome di un vasto lago salato disseccato
nel versante tunisino del deserto del Sahara; è un luogo dove si producono
miraggi, soprattutto al sole di mezzogiorno. Il calore intenso del deserto
manipola e deforma i raggi del sole a un punto tale che si possono vedere
delle cose che, di fatto, non esistono. Alberi e dune di sabbia fluttuano
distanti dal terreno, i contorni delle montagne e degli edifici ondeggiano e
vibrano, i colori e le forme si fondono in una danza luccicante. Queste
immagini di miraggi nel deserto sono montate accanto a riprese invernali di
fredde praterie nell’Illinois …” Protagonista è la luce
naturale, in quanto presenza fisica e simbolica in cui si esalta e insieme
vacilla la percezione e l’identità del luogo; il video è il miraggio e
l’allucinazione di una perturbante condizione della natura che obbliga, come
suggerisce Viola, “a rimettere in questione la nostra percezione della realtà…
È come se ci si ritrovasse fisicamente nel sogno di un altro ”.
Robert Cahen è un altro artista che
ha indagato il tema del paesaggio, intrecciandolo con l’idea di viaggio come
percorso senza meta, sostanziato dalla dimensione dell’intravisto,
dell’attesa, dell’altrove. Fin dal suo primo video, L’Invitation au
voyage (1973), rielabora il modo di percepire le immagini che scorrono da
un treno in corsa, modificandole con sovrapposizioni, solarizzazioni,
ricolorazioni, rallentamenti, fino a raggiungere effetti di plasticità e
astrazione, modulati in sintonia con musica e suoni e parole. La metafora del
viaggio è ripresa in altri lavori come in Juste le temps (1983):
“Una prateria. Un cielo e alberi sullo sfondo. Se metto un colore che parte
dall’inizio del prato e utilizzo tutte le sue porzioni grigie per arrivare
fino alla linea dell’orizzonte e salire sugli alberi, faccio correre il
colore come se ci fosse un vento che agita il paesaggio. Offro all’immagine
una sorta di vita interiore, certamente artificiale dato che un tal genere di
colori non si trova in natura, ma adatta a tradurre un’impressione in un
batter d’occhio ”.
Anche in Voyage d’hiver
(1993) Cahen lavora sul rapporto tra immobilità e movimento, rallenta lo
scorrere delle immagini creando un senso di attesa fondata su impalpabili
tensioni e dilatazioni della visione e dell’ascolto di paesaggi senza tempo.
La manipolazione elettronica è più sapiente, più impalpabile, e il viaggio
diventa il tragitto in uno scenario sublimato da una semplificazione quasi
surreale; la massa imponente e incorporea dei ghiacciai in tre lentissimi
piani paralleli modulati dal trascorrere luminescente dal bianco al grigio e
all’azzurro. “Gli icebergs
sono immensi e vorrei mostrarne solo la trasparenza. Suggerirli, non mostrarli
[…] – scrive Cahen – Filmo l’infilmabile la superficie del bianco .”