Il
cambiamento digitale.
Come
la tecnologia modifica il modo di rappresentare le immagini
di Mario Carulli
La rivoluzione digitale ha
portato diversi tipi di cambiamento nell’ambito fotografico, che si sono
riverberati non solo sulla possibilità di intervenire a posteriori
correggendo e manipolando l’immagine,
ma anche sul modo di fare fotografia.
Per capire tale fenomeno
occorre partire dal primo eclatante effetto che la ripresa fatta con una
fotocamera digitale offre al fotografo: l’istantaneità. Non ci riferiamo al
concetto di immagine stampata visibile dopo pochi secondi - già creata
sessanta anni fa dalla Polaroid - metodo che aveva formidabili limiti e che
veniva vissuta dai più, essenzialmente, come una prova generale della foto
vera e propria.
Parliamo invece della
possibilità, offerta dalla fotocamera digitale, di osservare la ripresa e il
risultato nel medesimo momento. Per qualcuno tale aspetto potrebbe non
apparire così rilevante, ma è sufficiente pensare che, da quando la
fotografia è nata, i due momenti, quello della ripresa e quello della visione
del risultato, sono sempre state due fasi assolutamente separate, non solo da
un notevole lasso di tempo, ma anche dall’incognita dell’esito.
Nella percezione
soggettiva dei tanti fotografi (amatori o professionisti), che non si
sentivano così sicuri delle loro capacità tecniche, l’attesa veniva
percepita come eterna. Tale
intervallo produceva spesso un senso di curiosità mescolata ad un po’ di
apprensione. Nessuno infatti poteva avere la certezza che la ripresa
realizzata sarebbe stata tecnicamente perfetta, nei termini di esatta
esposizione, di corrispondente nitidezza, oltre che di composizione
bilanciata.
La ripresa digitale
inserisce invece la possibilità di un concetto diverso, che potremmo definire
un po’ enfaticamente come la visualizzazione istantanea del “pensiero
visivo”.
Se a questo aggiungiamo la
possibilità di fare centinaia di scatti (dipende dalla capienza della scheda
utilizzata), effettivamente qualcosa di particolare accade. Intanto
l’importanza di una singola immagine si relativizza, vi è infatti
la tendenza a narrare soprattutto attraverso sequenze di scatti,
concetto che si avvicina
pericolosamente all’idea di ripresa video (cosa che tra l’altro le attuali
digicamere offrono ormai di default) rispetto a quella fotografica. Ma il
punto è che l’approccio comunicativo è ovviamente profondamente diverso:
in una foto si utilizza un processo di sintesi, attraverso l’uso di elementi
simbolici che nella rappresentazione visuale racchiudono il messaggio
dell’autore. Una fotografia non dovrebbe aver bisogno di altri elementi, o
di altre foto di sostegno per esprimersi.
Nella ripresa analogica,
le limitazioni tecniche costringevano il fotografo ad una maggiore
concentrazione sulla ripresa che stava effettuando, ogni particolare doveva
essere curato per ottenere l’effetto finale voluto, ed in questo spesso ne
risentiva positivamente la qualità, statisticamente parlando. Nella fase
attuale la quantità di gadget e le innumerevoli possibilità tecnologiche
tendono a distrarre più facilmente l’operatore, spostando l’attenzione
dall’unica cosa invece fondamentale: realizzare un’immagine che abbia una
sua validità estetica o comunque espressiva.
La facilità del resto con
cui è possibile correggere, modificare, manipolare la foto, paradossalmente
rischiano a volte di indebolire il valore intrinseco in chi osserva
l’immagine proprio per la sensazione di guardare riproduzioni di tipo
seriale.
Queste argomentazioni non
vogliono in ogni caso essere un messaggio nostalgico verso modelli precedenti,
ma al contrario riflettere su un uso più consapevole delle potenzialità dei
nuovi strumenti visuali, per ottenere una maggiore qualità espressiva,
esplorando, ad esempio, nuove modalità rappresentative, usando nuove forme
narrative più aderenti alla cultura visuale attuale.
La cosa importante è di
non cadere in quella strisciante pigrizia che rischia di proporre una
raffigurazione omologata. E’ bene ricordare che alla fine ciò che conta non
sono gli strumenti usati, ma ciò che effettivamente si vuole esprimere.
Il
controllo del movimento, fotografare gli alberi : l’esempio americano
di Antimo Palumbo
Christophe
Agou
Mi piace definirmi Storico degli
alberi, uno studioso, appassionato che si occupa non solo di conoscere gli
alberi ma anche di rapportarli al contesto storico nel quale si trovano e
vivono e studiarne i rapporti che si instaurano con
gli uomini. Consapevole che entrambi ( esseri viventi fatti di cellule)
siamo uniti dallo stesso destino: quello
di essere condizionati dai processi ciclici della storia. Così se oggi
difendere gli alberi è cosa saggia e giusta, non lo era qualche secolo
addietro dove invece veniva premiato chi gli alberi li tagliava. Deforestare,
civilizzare e rendere accessibili all’uomo le foreste era un’operazione
etica e sana, una coraggiosa dimostrazione del potere dell’uomo sulla
Natura. Difficile e laborioso, ma allo stesso tempo affascinante e ricco di
nuovi spunti e conoscenze, è stato il confronto sull’argomento scelto per
la relazione per il Convegno “La Foto rupestre”
ovvero : il rapporto tra la fotografia e gli alberi.
Difficile per almeno due motivi : 1.
La mia poca conoscenza , per non dire ignoranza, sull’argomento. Una
mancanza legata al fatto che gli alberi preferisco vederli e toccarli dal vivo
e ingenuamente ancora c’era dentro di me il vago pensiero che quegli
Indigeni d’Africa, che la leggenda vuole che credano
che quando si fotografi un albero (o un soggetto animato) gli si tolga
l’anima, in fondo avessero
ragione. Mentre invece mi sono ricreduto quando passando in rassegna le foto
dei grandi maestri son rimasto colpito dalla loro
bellezza e dalle emozioni che riescono a comunicare in chi le guarda.
Delle emozioni che possano essere da
stimolo per andare verso gli alberi, che la maggior parte delle persone non
guardano e non conoscono, alla riscoperta dei loro valori
estetici, storici e mitologici ,spirituali. 2. Nella storia della
fotografia, una storia abbastanza recente che risale al brevetto di Daguerre
del 1839 ma che vede i suoi sviluppi come fenomeno di massa (promosso
dalla nascente industria fotografica) verso la fine del XIX Secolo, il tema
dell’albero viene trattato ripetutamente e attraverso diverse tecniche e
angolazioni da tutti i maggiori fotografi. Rintracciare e sintetizzare ,
quindi, una storia delle foto che
per soggetto hanno gli alberi è argomento troppo vasto per lo spazio a
disposizione in questo contesto.
E’uno spunto, però, per una
possibile futura pubblicazione.
Fotografare gli alberi
Se è
vero come pensava Alfred Korzybski che le parole non sono la realtà, è vero
però che ci aiutano a comprenderla meglio. E per gli alberi questo è ancora
più evidente, visto che da Linneo in poi ogni albero oltre al suo nome
comune, viene chiamato con un suo nome botanico in latino (classificazione
tassonomica) che nel primo elemento distingue il genere e nel secondo la
specie (per esempio Platanus orientalis). La sua affermazione “ Nomina si
nescis, perit et cognitio rerum” ( se non conosci il nome, muore anche la
conoscenza delle cose) ci aiuta a comprendere quanto sia importante il
riferirsi alle parole per conoscere e poi amare. E
se fermiamo la nostra attenzione all’etimologia della parola
fotografia scopriamo che deriva da due
termini greci : photos (luce) e graphia (scrittura) quindi “scrittura di
luce”. La luce solare, quella che permette agli alberi e alle piante di
vivere e grazie alla fotosintesi clorofilliana di creare ossigeno e la vita,
è quindi anche l’elemento basilare della fotografia, una scrittura di luce
che secondo Susan Sontag : “ oltre
a dare all’individuo il possesso immaginario di un passato reale, lo aiuta
ad impadronirsi di uno spazio nel quale viva insicuro…il fotografo dietro il
suo apparecchio , crea un nuovo minuscolo elemento di un altro mondo: il mondo
delle immagini, che promette di sopravvivere a tutti noi “
ed ancora : “ le fotografie non si limitano a ridefinire i materiali
dell’esperienza ordinaria (cioè le persone, le cose, gli eventi e tutto ciò
che vediamo- sebbene in maniera diversa e spesso senza molta attenzione- con
la nostra visione naturale) e ad
aggiungere vaste quantità di materiali che non vediamo mai. Ridefiniscono
anche la realtà in quanto tale, come pezzo da esporre, come documento da
esaminare, come oggetto da sorvegliare. L’esplorazione fotografica e la
duplicazione del mondo frantumano le continuità e ne versano i frammenti in
un interminabile fascicolo, offrendo così la possibilità di controllo
assolutamente impensabili con il precedente sistema di registrazione delle
informazioni, cioè con la scrittura. Che la registrazione fotografica sia
sempre, potenzialmente, un mezzo di controllo era già un fatto riconosciuto
quando i suoi poteri erano in fase embrionale. Ma il progredire della
fotografia ha reso sempre più letterali i sensi nei quali una fotografia
permette di controllare la cosa fotografata”. Un controllo che quando si
riferisce all’albero come cosa fotografata deve considerarne le sue
caratteristiche naturali, quelle cioè di
un essere che anche se
profondamente radicato nella terra, è in continuo movimento e in
trasformazione attraverso i cicli delle stagioni e degli anni. Basta un
pomeriggio passato in silenzio in una solitaria faggeta sdraiati a terra e con
gli occhi che guardano verso l’alto per rendersene conto e per comprendere
quanto siano vaste e infinite le possibili
combinazioni dei movimenti e delle oscillazioni nei rami mossi dal vento. E il
controllo del movimento , quello che pretende di fermare l’attimo nello
scatto magico della foto è una delle sfide alle quali ci si prepara quando si
va a fotografare gli alberi . Così scriveva Henri Cartier-Bresson :
Andiamo ora insieme a vedere,
un breve elenco ( facendo di sintesi virtù: una raccolta di consigli,
che stimoli la curiosità per andare a conoscerne le loro foto e per poi
approfondirne la loro storia)
di alcuni grandi maestri della fotografia
americana che nella loro
produzione artistica hanno trattato il tema degli alberi.
L’esempio americano
Edward Weston (1886-1958)
Dopo l’esperienza artistica chiamata
pittorialistica scopre la possibilità estetica della Straight Photography .
Così la descrive : “bisognerebbe usare la macchina fotografica
per registrare la vita, per scoprirne la sostanza e la sua quintessenza
piuttosto che fotografare acciaio luccicante o carne palpitante”. Nel
1923 inizia una relazione artistica sentimentale con Tina Modotti. Tra i
fondatori del Group f: 64, inizia a fotografare gli alberi a Point Lobos
in California dove , colpito dal morbo di Parkinson nel 1948
scatterà anche le sue ultime foto. I suoi alberi, rigorosamente in
b/n, sono fisicamente presenti, dai tronchi contorti e pulsanti e percorsi da
linee espressive e danzanti.
La foto : Juniper, Lake Tenaya-1937.
Ansel Adams (1902-1984)
Tra i fondatori del Group f: 64 che
propone “una fotografia “nitida” al limite della possibilità di
lettura dell’obiettivo, diaframma, quindi nel valore estremo, f : 64, nelle
ottiche degli apparecchi di grande formato, usati da questi fotografi”. Lavora
con foto in b/n inventa il Sistema zonale, un sistema che aumenta il contrasto
tra i grigi e la profondità di campo. Tra i primi fotografi a riprendere
artisticamente la Sequoia e frequentatore assiduo delle montagne della Sierra
Nevada e del Yosemite National Park. I suoi alberi brillano per luminosità e
contrasto. Immersi in spazi aperti
e profondi sembrano percorsi da un
senso magico di rispettoso silenzio.
La
foto : Oak Tree, Snowstorm, Yosemite National Park - 1948.
Wynn Bullock ( 1902-1975)
Grande maestro nella tecnologia di
stampa. Visse a Monterey in California. “ fotografavo solamente ciò che
vedevo in superficie e poi cominciavo ad avere un sentimento per ciò che
esisteva in profondità”. Interessato al contrasto dei soggetti
fotografati divenne famoso per i suoi nudi immersi nella natura e tra gli
alberi. Alberi sparsi, spezzati o stilizzati come quelli della sua foto più
conosciuta (che sembra più un disegno )con un sole nero in rilievo.
La foto : Photogram-1970
David Alan Harvey
Nato nel 1944 vive a Washington.
Fotoreporter, maestro della luce e del colore, dal 1974 collabora con la
rivista National Geographic e dal 1993 entra a far parte dell’agenzia Magnum.
I suoi alberi spesso toccati da una luce improvvisa o da quella diafana
dell’ambiente che li circonda sono emozionali ed emozionanti.
La
foto : Sun shines through the
branches of a tree in a misty field.
Bruce Davidson
Nato
nel 1933, vive a New York. Nel 1958 entra a far parte del dell’agenzia
Magnum. Maestro insuperabile della fotografia in b/n. Dal 1991 al 1995
realizza un lavoro sul Central Park di New York. Nel 2007 dedica invece una
mostra alla Natura di Parigi. “ in quel momento io sento che io sono
nella Natura e la Natura è con me…la vita delle piante che ho
incontrato nei parchi e nei giardini da una dimensione significato alla città
della luce, la città dell’amore” . I suoi alberi si stagliano
in primo piano, occupando tutto il contorno della foto, talvolta sembrano in
rilievo e talvolta sembrano cristallizzati provocando in chi li guarda un
abbondante intensità emozionale.
La foto : La Nature de Paris (mostra)
– Eiffel Tower 2006
Stuart Franklin
Nato nel 1956 ad Oxford. Fotoreporter che vive in giro per il
mondo. Nel 1985 entra a far parte dell’agenzia Magnum. Nel
1989 gira tutto il mondo la sua foto dello studente cinese che affronta
i carri armati in Piazza Tien an men a Pechino. Nel 1999 esce il in Italia il
suo libro “Il tempo degli alberi” edizioni Leonardo Arte . Amante e
approfondito conoscitore degli alberi, che fotografa in b/n all’interno dei
suoi lavori di reportage. Famoso quello su Julia Butterfly Hill del 1998
arrampicata sulla sequoia Luna.
La foto : Il Tempo degli alberi (libro
e reportage) - 1999
Cole Thompson
Nato nel 1954 nel Rochester NY, dedica
moltissimo spazio della sua produzione, tutta rigorosamente in b/n a
fotografare alberi. Alberi belli e parlanti , mossi da insospettate simmetrie
che vivono in spazi aperti e cristallizzati, fermi o mossi dal vento.
La foto : Three trees, Sonoma CA -
2005
James Balog
Nato nel 1952. Avventuroso fotografo
naturalista. Collaboratore del National Geographic. Nei suoi alberi a colori,
la luce, la composizione dei soggetti, le nuove tecnologie digitali in grande
formato tendono a portare le foto verso la perfezione. Nel 2004 esce il suo
lavoro “Tree: a new vision of the American forest” pubblicato poi in un
volume da Barnes & Noble.
La foto : Stagg, Sequoia - 2004.
Bibliografia
AA.VV.1997 - AMERICANI
dagli archivi Magnum le immagini degli States, Milano, Leonardo Arte
AA.VV 2006 - MNAF,
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BALOG,
J.- 2004 Tree: a new vision of the American Forest, New York, Barnes
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2005 L’immaginario dal vero, Milano, Abscondita
FRANKLIN, S.- 1999 Il
Tempo degli alberi , Milano, Leonardo Arte
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NEWHALL, B. - 1984 Storia
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PAKENHAM, T. 2003 Grandi
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1985 Leggere foto, Brescia, Editrice La Scuola
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SCHERF, A. - 1979 Arte
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TURRONI, G. - 1980 Guida alla critica fotografica, Milano,
Il Castello