La tutela e la conservazione del patrimonio archeologico:

il territorio dimenticato; il caso di Magliano Romano

di Sonia Tucci e Massimo Massussi

Introduzione

Il presente paper nasce da riflessioni scaturite dall’osservazione, condotta dagli Autori, sul territorio della nostra regione, nell’arco dell’ultimo decennio che hanno portato a segnalare con una certa urgenza la necessità di operare forme di tutela e conservazione in tutti quei comuni limitrofi la Capitale considerati, per assenza di documentazione o per arretratezza di infrastrutture turistico-ricettive, secondari rispetto alle più famose aree archeologiche metropolitane o, più semplicemente, solo aree rurali prive di interesse culturale.

L’area che prendiamo in esame come esempio, è una porzione del territorio facente parte del Comune di Magliano Romano (RM), sito a circa 36 km da Roma, il cui areale è delimitato ad Ovest dalla via Cassia (all’altezza della Valle del Baccano) e ad Est dalla via Flaminia (fig.1).  

La zona è geomorfologicamente caratterizzata da una serie di pianori tufacei, solcati da profonde valli lungo le quali scorrono piccoli corsi d’acqua e dominata da un rilievo roccioso, Monte Maggiore, di formazione piroclastica del Pleistocene.

Rispetto alle principali presenze archeologiche, l’attuale centro abitato dista a Nord circa 5 km dall’insediamento di Narce e a Sud dalla città etrusca di Veio.

 Le presenze archeologiche sul territorio

Attestazioni di presenze archeologiche sul territorio risalgono agli anni ’20 del secolo scorso (1), quando i primi rinvenimenti fortuiti di materiali, quali buccheri e ceramiche d’impasto, permisero l’individuazione di vaste aree di sepolcreti, con tombe a camera e dromos d’accesso, attribuibili alla fase etrusco-falisca.

Le indagini del territorio sono proseguite in anni più recenti (2), a seguito soprattutto di spoliazioni clandestine, consentendo l’attribuzione del primo orizzonte di frequentazione del territorio alla facies del Neolitico Finale: in località “Valle Nocchia” e “Monte Li Santi” lungo una direttrice che collega Calcata a Magliano, ricognizioni di superficie hanno portato alla luce diversi materiali ceramici. Lungo la stessa direttrice, verso Sud-Est, nell’età del Bronzo Finale sorgeva un insediamento, individuato in località “Le Ripe”.  

Oltre alle numerose necropoli del periodo Orientalizzante, come quella posta nella parte periferica dell’attuale abitato, decisamente evidenti si presentano le attestazioni di età romana e medievale con ville (ad esempio quella presso Monte Stangone o in località Arnariccio), impianti termali (località Valle Denari, direzione sorgente di “Attici” testimonianze orali segnalano la presenza di terme, delle quali rimanevano in situ sino a pochi anni fa parti delle sospensurae, ma che le frequenti opere di aratura e i ripetuti scavi clandestini non hanno più permesso di riconoscere), strutture viarie, opere idrauliche (tracce considerevoli di acquedotti a circa 700 mt dall’attuale abitato presso la sorgente naturale di Fonte La Botte), necropoli come quelle di Monte Stangone, sempre con tombe a camera o di Monte Sbucato, necropoli rupestre del II secolo a.C. (scavi della Soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale, 1983), torri (torre Busson, Mola di Magliano, Mola Busson ) e casali (3).

Da questa breve panoramica delle presenze archeologiche del territorio che stiamo considerando, si può evincere facilmente l’importanza che questo assume per una ricostruzione storica del paesaggio e per la comprensione delle dinamiche socio-culturali che in esso si sono avvicendate.

  Emergenze e tutela

Constatata l’evidente ricchezza dell’areale esaminato, il presente intervento vuole porre l’attenzione su alcuni esempi di assenza di tutela, dovuto essenzialmente alla carenza di personale specializzato addetto al controllo del territorio, che sta comportando un’opera di forte degrado e conseguente perdita di informazioni estremamente preziose per la conoscenza dei contesti archeologico-culturali.

Vorremmo, quindi, porre l’attenzione su alcuni di questi che riteniamo emblematici per la scarsa presenza di tutela: la necropoli di Magliano Romano, i rilievi rupestri dei cosiddetti “Santucci” (Dioscuri) e i rinvenimenti effettuati in località Monte l’Altare.

La necropoli di Magliano Romano si snoda sul lato Nord-Est dell’attuale centro abitato (fig. 2). Le prime strutture tombali si possono vedere a partire da Via della Stazione proseguendo per una tagliata realizzata nel banco di tufo. Altre strutture sepolcrali si rinvengono proseguendo per una carrareccia che diviene la naturale continuazione della tagliata.  

Il fronte della necropoli ha un orientamento Est-Ovest. La tipologia delle tombe è quella classica che si rinviene in questo territorio: sono principalmente tombe a camera ricavate nel tufo, in alcuni casi la camera è decisamente ampia con pilastro centrale e camerette situate sulla parete di fondo della camera principale, banchine laterali e la porta d’accesso di solito in posizione assiale rispetto alla camera. Altre strutture si presentano molto più semplici essendo composte da un dromos d’accesso e una camera singola

 Bisogna tener conto che queste che riportiamo sono solo osservazioni preliminari effettuate in fase di ricognizione; sarebbe opportuna un’ulteriore indagine che prevedesse un rilievo ed un’analisi dettagliata delle strutture.

Ciò che colpisce in prima istanza osservando tali rinvenimenti è il pessimo stato di conservazione dei medesimi; essendo stati principalmente dei rinvenimenti “fortuiti”, da leggersi come opera di scavi clandestini condotti per lo più in anni passati, nel migliore dei casi queste strutture sono oggigiorno utilizzate come cantine, depositi per macchinari agricoli o depositi di mangime per animali; molto spesso, invece, divengono vere e proprie discariche di materiali più disparati (fig 3).  

Nella maggior parte dei casi sono strutture aperte e accessibili, ma a volte capita che il proprietario del terreno costruisca su di esse degli elementi in muratura che nascondono completamente alla vista la struttura tombale.

Da un’osservazione superficiale del terreno circostante non si rinvengono materiali ceramici o di altro tipo.

Altre sepolture si rinvengono su tutta la Via del Soratte, con la stessa tipologia strutturale e con il medesimo “riutilizzo”.

 Queste, a differenza della necropoli sopra descritta, sono nella maggior parte dei casi completamente inglobate in orti del tutto inaccessibili.

Procedendo per Via del Soratte, superando il bivio che porta su via di San Sebastiano, si arriva sulla sommità di un piccolo pianoro dove si trova un cartello indicante la località di Monte Cristino, area di addestramento per cani; procedendo per la strada sterrata che porta al centro di addestramento si scende, tenendosi verso destra, in un a vallecola, percorribile sino a superare il ponte che attraversa il Fosso del Passetto.

Superato il ponticello ci si trova in un terreno con dei capannoni agricoli, di fronte ai quali si innalza un piccolo promontorio tufaceo, che ad una osservazione più attenta risulta interessato da attività antropica che ne ha modificato la sua naturale conformazione.

Da un primo esame non si riescono a datare i tagli e le sistemazioni che affiorano sul promontorio che dovrebbero essere oggetto di più accurate indagini, però è interessante notare che sul lato esposto a Ovest Nord-Ovest del promontorio emerge il rilievo di due personaggi, dei quali è ancora visibile la parte delle gambe e il busto.

Osservandoli in posizione frontale il personaggio di sinistra appare accompagnato da una figura equina e sembra tenere nella mano destra un’asta o presumibilmente una lancia. La figura di destra presenta tracce del volto, che però risulta completamente illeggibile.

La tradizione orale li definisce i “Santucci”, ma da un esame più accurato potrebbe ritenersi una rappresentazione dei Dioscuri, i gemelli figli di Zeus e Leda, la cui iconografia li rappresenta in nudità eroica ma con in testa il copricapo frigio a punta. In genere vengono accompagnati da un cavallo, da un elmo a forma di guscio (a ricordare il mito secondo cui sarebbero nati da un uovo insieme alla sorella Elena) ed un mantello. Molte volte recano con sé una lancia.

 Anche in questo caso lo stato di conservazione è decisamente pessimo. Sempre la tradizione orale racconta che negli anni cinquanta siano stati oggetto di indagini decisamente “invasive”, essendo stati minati in quanto ritenuti depositari del solito tesoro che ogni tanto sembra emergere nell’immaginario contadino e non.

Attualmente la porzione di tufo sulla quale sono stati realizzati si presenta fortemente danneggiata da profonde crepe che, associate alla copiosa vegetazione che li ricopre, rischiano di far rovinare completamente e definitivamente la rappresentazione rupestre (fig. 4).  

L’ultimo contesto sul quale vorremmo porre l’attenzione è quello relativo alla località di Monte l’Altare.

Questa località la si raggiunge partendo sempre dal cartello relativo a Monte Cristino, ma questa volta girando a destra e percorrendo la carrareccia per almeno 2 km. Raggiungere il posto, se non lo si conosce, non è impresa facile. L’area in questione è accessibile costeggiando un terreno privato coltivato ad ulivi. Trattasi di un pianoro tufaceo dove sono ben visibili tracce di frequentazione antropica, non ben databile, poiché il tufo si presenta fortemente inciso.

Sul terreno, completamente ricoperte da sterpaglia e rovi, si possono individuare strutture identificabili, con molta probabilità, come tombe a fossa, scavate nel tufo, nelle cui vicinanze si rinvengono frammenti di laterizi. Una di queste strutture che abbiamo denominato per comodità di documentazione T01, ben visibile, si presenta orientata su di un’asse Nord-Sud, le cui dimensioni sono: 1,74x0,89x0,80 cm.

Procedendo in direzione del margine del pianoro, sono visibili ampi tagli nel tufo che in prossimità del bordo diventano decisamente evidenti. Questi fanno pensare che tale area venisse utilizzata come cava, in un periodo assolutamente non precisabile, vista la presenza di grossi blocchi di tufo “ritagliati” dal pianoro con evidenti tracce di lavorazione.

Sempre sul bordo del pianoro con orientamento Nord-Sud si possono riscontrare delle buche scavate nel tufo. Le dimensioni di queste fosse che hanno una forma generalmente ellittica, sono molto simili tra di loro, oscillando l’asse maggiore dai 0,45 ai 0,65 cm, l’asse minore sempre 0,45 cm e la profondità 0,20 cm.

Poiché le testimonianze orali riportano che in anni recenti in una di queste strutture è stata rinvenuta, sotto un sottile strato di terra, una fibula di bronzo che dalla descrizione sembrerebbe classificabile come “sanguisuga”, è possibile ipotizzare che queste tracce siano ciò che rimane di tombe a pozzetto di fase villanoviana.

Sempre in questa località, ma sotto il pianoro, nel digradare verso una valletta è possibile individuare una tomba a camera con dromos, frutto di scavi clandestini in tempi passati. Anche questa struttura, come tutte quelle menzionate sino ad ora versa in uno stato di degrado spaventoso, tra immondizia e rovi, il che è reso ancora più grave dal fatto che in questa struttura sono presenti tracce di intonaco con pittura rossa che oramai sono quasi del tutto scomparse.

A corredo di questa situazione, tutto intorno la tomba in questi giorni si stanno facendo curiosi lavori di sbancamento delle falde e della sommità del pianoro tufaceo, come a voler cercare altre presenze che sicuramente devono essere circostanti la struttura funeraria. Ciò è stato segnalato al corpo dei Carabinieri per la Tutela del Territorio.

Concludiamo questo breve articolo nella speranza che il nostro grido di aiuto venga recepito e a tale proposito riteniamo estremamente importante per poter effettuare un‘opera di tutela, recupero e conservazione del patrimonio, oggetto di continui interessi del mercato clandestino, ipotizzare un costante monitoraggio del territorio anche mediante l’istituzione di archeologi comunali che, analogamente alle guardie forestali, possano garantire la presenza e il controllo da parte delle istituzioni anche in territori lontani dalle amministrazioni centrali.


Note

1—Notizie Scavi, 1924

2—Di Gennaro F.,  1983

3—Migliarelli et Alii, 1993-94

Immagini

Fig 1: carta dei ritrovamenti presi in esame (Google Earth)

Fig 2: foto aerea di Magliano Romano con la necropoli

Fig 3: tomba della necropoli usata come discarica

Fig 4: la rupe con i “Santucci”

Foto di Sonia Tucci e Massimo Massussi

Bibliografia

Atti della Accademia Nazionale dei Lincei 1924 – Notizie degli Scavi dell’ Antichità, vol. XXI. Anno 1924 — Fascicoli 1, 2, 3.

De Lucia Brolli N.A., “Agro Falisco”, Quasar, 1981

Di Gennaro F., “Paper of British School  at Rome”, 1968, 1983

Migliarelli A. Sardoni S. Umani Ronchi P., “La viabilità antica nel territorio di Magliano Romano” , 
tesina per la Cattedra di Topografia e Urbanistica del mondo classico, a.a. 1993-94